Luci a Sandrigo

Il cartello affisso sulla vetrina non e’ bastato. Dovra’ ricorrere a un annuncio sul giornale per trovare nuove operatrici d’ago e filo per il suo negozio-laboratorio. Sara’ per via della bravura necessaria (“bisogna sapere lavorare con il tweed così come con lo chiffon”) o per questi 2/3 anni di esperienza chiesti come requisito, o piuttosto perche’ “le scuole, ancor prima che diventare stilisti, dovrebbero insegnare a fare i sarti”. Detto cosi’ con la bella musicalità dell’accento veneto, non sembra neppure quel colpo di stocco con cui Luigi Zolin individua peccati e peccatori di un’alta moda che appare, oggi, una sorta di Giano Bifronte. Da un alto la haute couture dei nomi ridondanti con annessa eco mediatica, dall’altro quella specie di Carboneria – non certo meno valida – di artigiani dell’alta sartoria, mossi da un’autentica passione piu’ per la moda in se’ che per le strane evoluzione del fashion business. “Se dopo aver girato e speso a Parigi, Londra, New York e Monaco, le mie clienti vengono da me”, spiega Zolin, “e’ perche’ sanno che qui possono avere un capo veramente diverso e personalizzato”. Sanno anche che il signor Luigi (ma angelo e’ il suo vero primo nome) le accoglierà, ad esempio, in grembiule bianco, che trova consono ad un “creatore d’abiti” come lui. Fu nel 1972, a 26 anni, che Zolin apri’ il suo “negozio storico” proprio sotto il campanile di Sandrigo, cittadine in provincia di Vicenza. Da sessantottino, comincio’ proponendo una moda di “rottura”, tutta jeanseria e figli dei fiori. Dieci anni dopo, la svolta verso una moda piu’ classica, con l’apertura di un altro negozio, piu’ grande, insieme a due soci. Duro’ un altro decennio, fino a quando Zolin non preferi’ tornare, da solo, alla quiete della sua sartoria, non senza la fedele première Germana e le collaboratrici, che oggi sono quattro e insieme alle quali materializza guardaroba completi (accessori, anche per la casa, inclusi) per clienti dai 30 anni in su, amanti di quell’insieme di bello, manualità e individualità che e’ il suo atelier a due piani. Dove antiquariato e collezioni di riviste di moda d’epoca, ma soprattutto tessuti pregiati, manichini (anche personalizzati), bozzetti, cartamodelli e scatole di bottoni con etichette scritte a mano, mostrano l’essenza di un prodotto attento ed entusiasta, che sa rinunciare alla sfilate ogni anno (“non amo bruciare tutto così in fretta”) e alle follie da passerella, che “fiaccano il “su misura” e che e’ meglio lasciare al pret-à-porter. Certo, bizzarie ne faccio anch’io”, ammette il sarto-stilista, “ma poi, se occorre, posso anche toglierle dai miei capi, lasciando comunque “vestita” la cliente che li ha scelti. Invece ditemi, con tutto il rispetto per la sua creatività: ma chi e’ che veste John Galliano ?!”.
(di Cristina Capretti)